Mi
buttano su un letto di paglia in due
di Mario Robusti
Mi
buttano su un letto di paglia in due. Sembro un sacco di spazzatura
che vola dentro un cassonetto. Atterro. Sbattendo la testa contro
il muro perdo i sensi.
Mi risveglio dopo non so quanto con un occhio chiuso dal sangue
raggrumato. Mi fa male dappertutto. Cerco di biascicare qualcosa,
un urlo, un imprecazione, non lo so. La lingua batte su un incisivo
e lo fa saltare. Mi devono aver picchiato anche in faccia. Sento
l'odore dei peli bruciati. Si sono divertiti con un tizzone sulle
mie braccia. Ieri, o forse l'altro ieri... no, probabilmente era
lunedì, due giorni dopo la cattura.
Mi hanno condannato a morte. Lo so, devo solo aspettare che entrino
a prelevarmi, mi portino sul piazzale e mi sparino. Niente di
più. Ho sbagliato a fare il partigiano in questa guerra,
lo sapevo che sarebbe finita male. Anche Giselle me lo aveva detto,
prima di lasciarmi partire. Stai attento, non andare, ti prego.
Parole che non sentivo. Andavo a sparare a chi ha invaso la mia
casa, e lo facevo anche per lei.
Che strano... tutto questo silenzio... cerco di muovermi, ma subito
qualcuno mi ordina "ssssshhhtt!". Mi blocco per cercare
di ascoltare anch'io. Un ordine in lingua sconosciuta, violento,
rapido. La porta del braccio della morte viene spalancata. Sento
i passi di più persone nel corridoio. Cercano di seguire
un ritmo, ma li sento nervosi, sono un pelo fuori tempo. Nemmeno
questo sanno fare.
"Condannati 4558F, 4355A, 3988B e 1994A!"
1994A... cerco di guardare il numero della mia camicia mentre
fuori iniziano le urla dei prelevati. Qualcuno sta piangendo.
Io sono il numero 4550F. Forse è il 1994A... dev'essere
da tanto che aspetta questo momento. Magari sta piangendo dalla
felicità. Chissà cosa vuol dire passare tanto tempo
in mezzo a dei condannati a morte. Però ha vissuto più
degli altri, forse. Dal corridoio si sentono pugni e calci. Le
urla diminuiscono in lamenti. Dalle altre celle solo silenzio.
I soldati stanno parlottando fra di loro. Non riesco a capire.
"un, due, tre". Poi i passi si allontanano, più
precisi, ritmati. Dietro di loro, strascicati, i passi dei detenuti.
Sento un condannato pregare a bassa voce; "Ave maria, piena
di grazia, il signore è con te...".
4550F... devo cercare di ricordare. Prima delle torture, mi hanno
processato. Hanno catturato assieme a me Walter, Franco, Michele
e Lupo, quel bastardo traditore cane di merda. Forse il 4558F
è uno di loro. Forse è proprio quella testa di cazzo
che facendo il doppiogioco pensava di cavarsela.
La
porta viene richiusa. Sta piovendo, me ne accorgo solo adesso.
Una goccia di infiltrazione cade dal soffitto per terra, con regolarità.
"Se non vuoi altre botte la prossima volta che entrano per
chiamare al muro, stai zitto e fermo, chiaro?"
Cerco di alzarmi. Mi stupisco del fatto che le mie gambe reggano
quella poca carne di me che è restata. Mi appoggio alla
feritoia per guardare la cella di fronte. Ne esce un dito puntato
verso di me. Mi viene da ridere a guardare quella mano nella penombra
e il dito bianco, che stona totalmente con la porta piombata e
verniciata di nero della cella. Ma appena muovo la mandibola mi
prende una fitta mostruosa e mugugno.
"Non ti serve parlare, ragazzo. Primo perchè ti avranno
già spezzato la mandibola per farti parlare, canaglia,
e poi perchè il vecchio Ribben non riuscirà mai
a sentirti. Gli hanno forato i timpani con un chiodo. Ormai quando
entrano fa sempre questa sceneggiata. Vede le ombre e si piscia
sotto dalla paura."
Il tizio dell'ultima cella ha ragione. La mandibola mi fa un male
cane, non riesco a muoverla. Le mani mi tremano mentre cerco di
capire cosa mi hanno fatto. No. La mandibola è solo spostata.
Cerco di appoggiare una mano sul mento e l'altra sullo zigomo
sinistro. Con una torsione la mandibola torna a posto. Mi piscio
addosso ed urlo. Continuo per un paio di minuti a mugugnare il
mio dolore. Mi addormento piangendo. 4 spari in successione mi
svegliano, ma sono troppo stanco. Mi sono addormentato per terra,
sotto la goccia d'acqua. Vedo una ciotola di pane e minestra,
ormai fredda. Sento l'odore e mi viene da star male. Sorseggio
la brodaglia e poi mi trascino sul letto.
All'alba
mi sveglio. Il rumore della serratura risuona per tutto il corridoio.
Ancora passi non ritmati, stavolta più lenti.
"Numeri
4355A, 3990B, 4553F e 4550F"
La mia cella si apre. No,no,no. No!!! NON VOGLIO MORIRE! NON VOGLIO
MORIRE! NON VOGLIO MORIRE!
Urlo un po', mi divincolo, ma loro sono in 4, non posso fare niente,
niente, NIENTE! Mi legano i polsi e iniziano a picchiarmi in faccia,
nei reni. Non toccano solo le gambe. Mentre mi picchiano ridono
e chiacchierano fra loro, ed io non voglio morire! Ci legano i
polsi e ci portano fuori. Hanno ai piedi dei grossi anfibi con
la punta di ferro. Appena si chiude la porta sento il vecchio
Ribben che ripete la sua nenia: "Se non vuoi altre botte
la prossima volta che entrano per chiamare al muro, stai zitto
e fermo, chiaro?".
Primo
colpo di pistola. Ho paura. Il corpo di 4355A cade nel fango.
Alza qualche zampillo d'acqua sporca, assieme alla piccola fontana
che gli esce dalla nuca. Il cranio è ancora intero. Vedo
tutto perfettamente, anche i gerarchi che compiaciuti osservano
i nostri corpi cadere a terra. Sto tremando come una foglia.
Secondo colpo di pistola. Il corpo di 3990B fa la stessa fine
del precedente. Il giustiziere non ha avuto molta perizia, e qualche
schizzo di sangue mi finisce sulla faccia. Piango disperato e
mugugno tutta la mia paura, ma non servirà a niente, a
niente! fra poco la pallottola mi entrerà nel cervelletto
e smetterò di soffrire. Perchè? Perchè? Perchè?
Dietro di me si avvicinano due passi. Sento il terzo colpo di
pistola. Mi accascio. E' proprio vero, ti passano davanti i momenti
più strani della vita l'attimo prima di morire. E' come
se una cassetta arriva alla fine e il videoregistratore riavvolge
automaticamente il nastro. Ma dura molto tempo questa cosa, non
pochissimo come dicono tutti. Smette quando un calcio ai reni
mi sposta e mi fa urlare. I gerarchi ridono. Mi arriva il manico
di un fucile in testa. Svengo.
Mi
risveglio nella mia cella. C'è da mangiare, vicino alla
porta. L'acqua infiltrata dal soffitto mi è caduta tutta
addosso perchè stavolta mi hanno buttato per terra, in
mezzo alla cella. Ma non è acqua. E’ rossa, tutta
la mia maglia è rossa, appiccicosa. Non è acqua.
Qualche scarafaggio mi cammina sulla schiena. Mi straccio di dosso
la maglietta. La goccia d’infiltrazione, capisco che è
voluta. Sopra le celle c’è il piazzale. Sotto cola
tutta l’acqua e il sangue. E poi entra come gocce nelle
celle. Cerco di trascinarmi fino al letto, ma non ci riesco. Mi
giro sulla schiena ed inizio a piangere. Un’altra goccia
sulla pelle. Tremo. Poi mi trascino fino alla minestra. E' ancora
calda. La bevo. Mi torna in mente tutto quello che è successo
prima. Mi addormento ancora e sogno di essere il proiettile che
si avvicina alla mia testa, ai miei capelli. E poi, sorridendo,
di colpo decide di deviare e di entrare nella testa di 4553F.
Quando i militari
tornano nella mia cella dovrebbe essere il tramonto. Dal corridoio
entra poca luce, che va via via affievolendosi. Ho ancora paura.
Stavolta mi chiedono qualcosa nella loro lingua. Io giro il volto
e vedo le loro facce rasate e pulite. Uno ha gli occhi azzurri
ed un naso grosso come una patata. Porta un cappello da graduato.
E' grasso, lo è per forza anche se non vedo bene il corpo.
La divisa nera stagliata sulle pareti nere mi fa sembrare i due
soldati solo facce cattive che si muovono come fantasmi, nella
mia testa. Il grasso fa un cenno all'altro, che ha la faccia scolpita
nella roccia. Mascella quadrata, occhi neri, naso da corvo. Mi
sputa in faccia e poi punta il suo stivale destro sull'indice
della mia mano sinistra. dice "figlio di puttana" e
sposta tutto il peso del corpo sul mio dito. Si rompe. Mugugno.
Non voglio dargli la soddisfazione di sentirmi urlare. Passa al
medio. Sento la suola appoggiarsi sull'unghia e poi spostarsi
lentamente su fino alle nocche. Il grasso si abbassa e mi chiede
"parla. Avanti, parla. Dove si nascondono i tuoi amici?"
Voglio parlare, lo voglio fare, non ne posso più. Devo
parlare!
Ma non ho abbastanza reattività e prima ancora di poter
aprire bocca, l'altro sposta il peso sul dito. Urlo. Si rompe.
Ancora, sadico, ride, sposta l'anfibio sull'anulare. Il grassone
mi sputa addosso e urla nella sua lingua qualcosa di incomprensibile.
Poi mi indica un punto del corpo, su cui il bestione posa tutto
il suo peso. E' l'inguine. Urlo, cerco di spostarmi, ma ci riesco
solo quando il grasso dice "alt..", con lo stesso tono
di voce che uno userebbe per dire "prego, si accomodi, gradisce
un the?". Poi mi chiede ancora di parlare:" Avanti,
parla. Non vuoi smettere di soffrire?"
Capisco che se dico qualcosa, vorranno sapere sempre di più.
Mi tortureranno sempre di più. Sto zitto.
Il grassone allora si ferma, pensa. Dall'odore di tabacco si dev'essere
acceso una sigaretta. Intravedo lontano, quasi provenga da un
altro luogo, la luce della brace che si illumina e disegna i contorni
di una faccia lardosa, grigia, con due occhialetti rotondi da
porco schifoso dei cartoni animati. Sto per vomitare dal dolore.
"Sai, io credo che la paura sia il metodo migliore per far
parlare la gente. Da oggi tu morirai tutti i giorni. Prima giustiziamo
tutte le persone che ci sono qui, poi tutti i giorni ti portiamo
davanti ai loro corpi e decidiamo cosa fare. Se parlerai bene,
forse troverai pace nella morte. Se starai zitto...".
Non
avevo niente da dire. Quindi hanno fatto di peggio.
Ammazzavano un compagno di cella ogni settimana. Prima di ucciderlo
lo portavano dentro alla mia cella. E per 7 giorni vivevamo insieme.
Il primo è stato Ribben. Quando ci hanno portato nel cortile,
stavo piangendo. Ci hanno fatto sedere su due sedie, una di fronte
all'altra. Dovevo guardarlo in faccia, mentre lo giustiziavano.
Sorrideva, canticchiava. era felice di morire. Oppure pensava
che avrebbero ucciso me, o tutti e due. Ribben era sordo ma leggeva
il labiale. Mai conosciuto una persona più meravigliosa
di lui. Parlava sottovoce di Dante, citava poesie, una dietro
l’altra, piano, piano, come a convincersi di essere in un
luogo diverso. Quando c’è stato il sole e ha visto
il celo azzurro ha iniziato a descrivermi il paradiso. Dev’essere
stato dentro tanto tempo. Voleva solo vedere come erano davvero
i cieli danteschi.
Quando
mi hanno portato in cella il secondo carcerato, Carlo, 4561F,
gli ho raccontato tutto. Ha cercato di soffocarmi 4 volte. Hanno
deciso di ammazzarlo prima. Hanno avvicinato le sedie e mi è
caduto in braccio. Ho inventato quattro fregnacce per cercare
di farli smettere. Hanno smesso, per picchiarmi. “Non mentire,
devi parlare. Dove vi nascondete, parla!”
Hanno continuato con tutti i compagni, ed uno alla volta li ho
guardati negli occhi morire. Dopo il quinto, sono diventato apatico.
Allora hanno portato nella mia cella una donna, Michela. La trappola
era perfetta. Ci hanno lasciati in cella per 2 settimane. Abbbiamo
fatto l’amore. Pensavo di averla messa incinta. Quando sono
venuti per ammazzarla di fronte ai miei occhi hanno dovuto picchiarmi
ancora. Ho giurato di dire tutto, mi sono inventato che stavamo
sull’Adamello e che i nostri contatti erano a Riva. Mi hanno
lasciato in pace per tutto il giorno. Sentivo i camion e i soldati
partire.
Durante
la notte le ho messo un cuscino sulla faccia, e l’ho abbracciata
il più forte possibile. E’ stata la mia ultima notte.
Al mattino hanno scoperto il corpo di Michela. Mi hanno picchiato,
rotto qualche costola, credo, perchè poi non ero più
in grado di muovermi senza sentire forti dolori.
E’ iniziata la demenza da lì. Per due giorni mi hanno
usato come pupazzo. Rannicchiato sulle ginocchia non facevo che
dondolarmi e cercavo di dimenticare i suoi occhi e i mugugni.
Davanti ai miei occhi avevo le mani piene di graffi. Non riuscivo
più nemmeno a piangere, ma solo ad emettere una “a”
prolungata, quando mi picchiavano. Alla fine hanno deciso di liberare
la cella. Mi hanno portato nel piazzale, mi hanno legato le mani.
Ridevo e mugugnavo, con un filo di bava alla bocca. Aspettavo
di vedere Michela, mia guida nei cieli danteschi.
Poi il proiettile, come nel sogno, è uscito dalla canna
della pistola e, sorridendo, è entrato nel cranio.